Antonella Gentile si è classificata per i prossimi mondiali di powerlifting grazie alla vittoria del Campionato Italiano di Atletica Pesante che si è svolto domenica scorsa a Roma. Una gara che ha visto l’atleta ischitana sollevare 67,5 nella gara di panca piana single lift.
Benvenuta, Antonella Gentile. Sei nota per la tua passione per lo sport, dalla corsa fino al powerlifting, disciplina in cui hai raggiunto un grande traguardo: la qualificazione ai Mondiali. Raccontaci di questa esperienza.
“Domenica scorsa ho partecipato a una gara di panca piana single lift, una competizione in cui bisogna sollevare un peso in un unico gesto atletico. Ogni atleta ha a disposizione tre tentativi: si può mantenere lo stesso peso oppure aumentarlo progressivamente. Sono entrata in gara con 62,5 kg, puntando a sollevarne al massimo 65 kg, anche se non lo avevo mai provato in allenamento. Il mio coach, Genny Mazzella, ha sempre creduto in me e quando ho raggiunto i 65 kg mi ha spronata a tentare i 67,5 kg. L’adrenalina era altissima, e sono riuscita a superarli, stabilendo un nuovo record. Alla quarta alzata ho provato a spingermi oltre, ma non ce l’ho fatta. Tuttavia, considerando che mi sono preparata in soli tre mesi, per me è stato un grande risultato. La cosa più bella è che ho vissuto questa gara con lo spirito giusto: provare qualcosa di nuovo e mettermi alla prova. Per me lo sport è prima di tutto divertimento. Mi piace stancarmi, sudare, sfidare i miei limiti. Ho praticato diversi sport: corsa, nuoto, triathlon… il mio obiettivo è sempre stato quello di migliorarmi, indipendentemente dal risultato finale”.
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IL PROSSIMO OBIETTIVO: I MONDIALI
Dopo questa gara, il prossimo passo sono i Mondiali?
“Esatto! Parteciperò ai Mondiali nella mia categoria Master, sempre nella specialità di panca piana. Il mio percorso nel powerlifting è iniziato grazie al supporto del mio coach Genny Mazzella e all’esperienza vissuta presso la palestra del maestro Tony D’Esposito, vicepresidente della Federazione. In quella occasione mi ha dato l’input per competere. Ovviamente, lo sport in terraferma viene vissuto in modo molto diverso rispetto a un’isola: gli spazi, le strutture, la mentalità… tutto cambia. Anche nella corsa ho notato questa differenza. Quando partecipavo alle gare a Napoli, organizzate dal Comitato, mi trovavo in contesti dove arrivavano atleti da ogni parte, ognuno con il suo stile, la sua storia. Questo spirito di partecipazione è ciò che mi ha sempre spinto a migliorare”.
LO SPORT TRA ADOLESCENZA E MATURITÀ: COSA CAMBIA
Hai praticato diversi sport nella tua vita, dalla pallamano al triathlon. Cosa cambia nel modo di vivere lo sport tra adolescenza ed età adulta?
“Da giovane ho avuto la fortuna di giocare a pallamano in Serie B e Serie A, partendo dalla formazione ischitana di Peppe Zabatta. A 18 anni viaggiavo fino a Salerno da sola in autostrada per allenarmi, ma a un certo punto ho lasciato tutto. Non so perché. Forse ho perso un’occasione, forse non avevo la consapevolezza giusta. Ecco, la differenza principale tra praticare sport da adolescenti e da adulti sta proprio nella consapevolezza. Da giovani, spesso lo si vive con leggerezza, magari per competizione o per il sogno di un traguardo ambizioso. Crescendo, invece, capiamo che lo sport è un percorso personale, un modo per stare bene con noi stessi. Se poi si ha la fortuna di incontrare persone che ti guidano e ti fanno comprendere il valore di quello che fai, allora tutto acquista un significato ancora più profondo. Nel mio caso, anche nella corsa, ho trovato persone che mi hanno aiutata a dare un senso ai miei allenamenti e alle mie sfide”.
LE SCONFITTE COME MOTORE DI CRESCITA
Vincere è bello, ma come affronti le sconfitte?
“Le sconfitte fanno parte del gioco. Ogni gara è un’occasione per imparare: se sbaglio, analizzo dove ho fallito e mi preparo per fare meglio la volta successiva. Ho avuto infortuni, momenti difficili, ma la voglia di allenarmi è sempre stata più forte. Ci sono stati periodi in cui andavo in palestra alle quattro o cinque del mattino, prima di iniziare la giornata lavorativa. La gente mi chiedeva: “Ma come fai?” Io rispondevo semplicemente: “Mi fa stare bene.”
ESSERE MAMMA E ATLETA: UN EQUILIBRIO POSSIBILE
Come concili lo sport con la maternità?
“Serve un pizzico di egoismo sano. Un atleta, nel momento in cui si allena, deve pensare solo a quello. I problemi non spariscono, ma restano lì ad aspettarti. Allenarmi mi ricarica, mi aiuta a gestire meglio tutto il resto. Credo anche di aver trasmesso ai miei figli l’importanza dello sport. Li ho sempre coinvolti: mia figlia, ad esempio, da piccola mi accompagnava alle sei del mattino a correre. Poi ha scelto il nuoto e l’ho seguita in tutte le gare. Lo sport, per noi, è sempre stato un pilastro, un’abitudine quotidiana. Non penso di aver sacrificato nulla come madre, né come atleta. Al contrario, credo di aver dato ai miei figli un esempio positivo”.
FLAVIA: UNA FORZA INARRESTABILE
Non possiamo non parlare di Flavia. Che ruolo ha avuto nella tua vita?
“Flavia è stata la nostra benzina, la nostra energia. Ogni cosa che faccio, la faccio pensando a lei. Quando ho sollevato i 67,5 kg, mi sono seduta e ho chiesto mentalmente a lei di darmi una mano. E me l’ha data. Anche Mira, mia figlia, ha sempre avuto un legame speciale con Flavia. Nella sua nuova squadra ha scelto il numero 15 per la sua maglia perché coincide con la data di nascita di Flavia. Per noi Flavia è stata una guida, una forza che ci ha sostenuti anche nei momenti più difficili. Lei ci ha insegnato tanto. Ci ha fatto capire che dobbiamo valorizzare il nostro corpo, rispettarlo, usarlo al meglio. Lei non ha potuto farlo, quindi lo facciamo noi, per lei”.
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