C’è un momento sull’isola di Arturo, che profuma di memoria e di attesa. È il tempo sospeso della Settimana Santa, quando le case si riempiono di gesti antichi, di sussurri e di mani che sfiorano tessuti preziosi.
Nei giorni che precedono la processione del venerdì santo, i vecchi cassettoni si aprono con un leggero cigolio, come scrigni di un passato che non vuole dormire. Da dentro emergono, piegati con cura e avvolti dal profumo della canfora e del tempo, gli antichi abiti neri, quelli che da generazioni vestono gli angioletti della processione.
Sono stoffe lucenti, orlate d’oro, consumate da carezze e da anni di devozione. Le dita delle madri e delle nonne li accarezzano con dolcezza, come fossero reliquie, mentre gli occhi brillano di un’emozione sottile.
“Questo era del padre quando era piccolo.” “Questi ricami li ha cuciti la nonna tanti anni fa.”
Le parole si mescolano ai gesti, e in ogni punto ricucito, in ogni bottone fissato con attenzione, c’è il desiderio che la tradizione continui a vivere, di mano in mano, di cuore in cuore.
Poi arriva il mattino del venerdì Santo. Quando l’isola si sveglia con il suono lacerante della tromba e il battito lento del tamburo. Le strade si riempiono di passi, di sguardi, di un’attesa che profuma di rugiada e di mare.
E tra la folla, tra i volti segnati dalla devozione e dalla storia, compaiono loro: i bambini vestiti da angioletti intenti a raggiungere Terra Murata.
Piccoli, silenziosi, avvolti nei loro abiti neri con orli dorati che brillano alla luce dell’alba, sono il cuore segreto della processione. Alcuni stringono forte la mano dei genitori, altri si lasciano portare in braccio, mezzi addormentati, altri ancora nel passeggino come creature sospese tra sogno e realtà.
Un incedere lento, quasi irreale. Sembrano piccoli angeli barocchi, usciti da un dipinto antico, testimoni di una storia che non conoscono del tutto ma che già appartiene loro.
Poi li vedi durante la processione tra un pianto, un lecca lecca e il biberon. Passano poco prima della statua del Cristo Morto o dell’Addolorata e in quei vestiti neri c’è una promessa di luce, un soffio di speranza, un ponte invisibile tra la sofferenza e la rinascita.
Quando tutto finisce, quando il sole si fa alto a Marina Grande nel pomeriggio quegli abiti vengono ripiegati con cura, riposti di nuovo nei cassettoni, aspettando un altro anno, un altro bambino, un’altra generazione pronta a indossarli.
E così, a Procida, ogni Venerdì Santo non è mai solo un giorno di fede, ma un canto d’amore tra chi c’era, chi c’è e chi verrà.